La cornice è quella del maniero Aragonese di Pizzo, il Castello Murat, l’occasione una serie di iniziative volute dall’Amministrazione comunale e curate dall’Assessore alla Cultura Cristina Mazzei in un cartellone dal titolo “Incanto di Natale”, realizzato in collaborazione con le realtà associative culturali della città napitina, che nell’accogliere gli ospiti e porgere il saluto di benvenuto  ringrazia per “la proficua sinergia la cooperativa Kairos e le associazioni che consentiranno di animare la vita cittadina in vista delle festività natalizie con appuntamenti di grande interesse culturale”.

Il libro è “Terra inquieta” dell’antropologo Vito Teti , il primo di una collana curata dallo stesso autore dal titolo  (interrogativo ed esclamativo -NdR-) “Che ci faccio qui”, edito da Rubbettino.

Professore ordinario di Antropologia Culturale presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’ Unical, dove ha fondato e dirige il Centro di iniziative e ricerche “Antropologie e Letterature del Mediterraneo”, Vito Teti dialoga con Gilberto Floriani direttore del Sistema bibliotecario vibonese e ci racconta il viaggio del Sud, nell’inquietudine, più che dei posti, delle persone. “Questo libro è un tassello di una produzione composita, che ha seguito l’andamento della mia riflessione, il mio percorso intellettuale, il mio carattere” e nelle pagine, come nelle immagini che sono da corredo a questo lavoro letterario, è indicata l’instabilità della geologia trasmessa al “poi” spesso pronunciato e trasformato nelle incompiute architettoniche e politiche di una Calabria che i propri figli non abbandonano mai del tutto.

Quattro linee tracciate sono altrettanti capitoli e sono la forma perfetta del libro, ognuna di esse descrive il carattere di un popolo tellurico: dai sussulti, agli scivolamenti, agli abbandoni, passando per i percorsi, i pellegrinaggi  e i cicli eterni del tempo greco, fino alla linea retta delle utopie, dei sogni e delle nostalgie  e quella spezzata del ritorno, delle partenze e degli arrivi.

Necessità,  scelte, energie impensate, risorse sconosciute, opportunità, ombre, visioni: un’ analisi antropologica e psicoanalitica dell’essere errante che alla domanda che fu dei  grandi viaggiatori da Baudelaire a Benjamin, quel “Che ci faccio qui” trova risposta nel senso del restare, ma non da sconfitti, e che  genera quel senso di collettiva e orgogliosa appartenenza.

Monnalisa Italian Art Magazine

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